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Il simbolo della musica reggae tra gli ultras del Toro

banditi torino trojanUltras e musica di nuovo insieme con la Curva Maratona di Torino nella quale veniva esposto il simbolo del reggae, l’elmo troiano.

A portare questo logo tanto caro a chi ama la musica giamaicana era il gruppo “Banditi“, fondato nel 1992,  tra i quali appartenenti si possono contare alcuni elementi del giro skinhead. Già perchè proprio gli skin, come anche i kids di altre sottoculture come mods e rudeboys, sono legati alle sonorità caraibiche ed all’etichetta musicale Trojan. La tifoseria del Torino Football Club è sempre stata molto attenta agli stili giovanili ed alla musica, non è un caso che ci siano i mods ad esporre i propri vessilli ed a mettere in mostra i parka quando giocano i Granata e che Piero dei Rough frequentasse lo stadio..ma gli aneddoti in tal senso sono molti di più.

Trojan Record:

si tratta di un etichetta musicale britannica, nata come sottoetichetta dell’altra mitica Island record. Grazie alle collaborazioni con noti produttori del calibro di Lee “Scratch” Perry o Duke Reid e cavalcando l’onda delle mode del momento, ha conquistato la Gran Bretagna ed il mondo intero. Torjan è sinonimo di Giamaica, di ska, reggae, rocksteady e dub.

Skinhead reggae:

propriamente chiamato early reggae (il primo reggae), è il genere musicale che più si può avvicinare alle “teste rasate”, seppur questa sottocultura può vantare un ampio ventaglio di scelte musicali che attraversano diversi decenni, dall’HC al punk passando per il soul e lo ska. Un dj set skinhead offre sempre qualche chicca di Desmond Dekker piuttosto che Jimmy Cliff o Alton Ellis, ma anche The Pioneers e Toots and the maytals come Symarip e John Holt. Talmente è forte il legame tra gli skins ed reggae che, oltre ad influenzare il nome del genere musicale, anche una costola della sottocultura stessa viene influenzato dal nome dell’etichetta che produce queste sonorità..ed ecco il sentor parlare di “trojan skins”, skinheads che ascoltano il reggae e che ne fanno parte integrante della vita, considerandolo come un’idea. Mediamente lo skin dedito esclusivamente al reggae e che può essere definito “trojan” si rifà al concetto della convivenza pacifica tra etnie diverse..(ma qui si rischia di inoltrarci in un discorso che ci porta via dai concetti fondamentali di Football, musica e ultras).

Dopo lo ska e durante l’epoca del rocksteady, i maggiori produttori come Coxsone Dodd, Duke Reid, e Prince Buster continuarono a dominare il music business in Giamaica[4]. Da allora, benché questo business fosse attivo da quasi 10 anni, gli anni settanta erano alle porte, e abbastanza gente all’interno del circuito notò che non servivano particolari capacità per diventare un produttore, ma piuttosto una buona disponibilità economica. Questi due motivi bastarono per provocare dei cambiamenti nel business, ma collegato a questo fu anche l’interesse per l’innovazione della musica. Tutto ciò provocò una rivoluzione che fu parte del processo di evoluzione della musica giamaicana[4]. Chiunque coinvolto nella creazione delle sonorità reggae emergeva nel 1967 e faceva parte di questo business. Questi sapevano quello che la gente voleva, e sapevano che non era più il rocksteady. Il principale motivo per cui questo genere non otteneva più successo era a causa dell’antipatia per la sua lentezza. Molta della gente voleva qualcosa di più veloce[4]. I produttori delle grandi etichette vollero nuovamente cambiare sound e battito alla musica giamaicana dopo l’avvento del suo genere precursore[5].

In una di queste prime sessioni, vennero usati l’organo e la chitarra ritmica per creare un nuovo sound[5]. La prima forma di reggae emerse durante il 1968, prendendo spunto dal rocksteady e traendo molte caratteristiche da questo stile. Il nuovo genere presentava un ritmo dall’andamento più spezzato e convulso rispetto al suo predecessore[6]. Il primo reggae era caratterizzato da molteplici sfumature: oltre alle sonorità tipiche dello ska e del rocksteady, erano molto presenti forti influenze soul, supportate da nuove introduzioni strumentali come l’organo e le chitarre. Anche gli spunti armonici risultavano essere più variegati ed originali. Potevano essere presenti sia note cupe e malinconiche derivanti dal cosiddetto “rude boy sound”, sia tonalità più fresche e rimbombanti caratteristiche del nuovo stile[1]. Quando la gente chiese di che sonorità di trattasse, non si era ancora trovato un nome a questa variante, ma venne inizialmente chiamato “ragga“, che significa “grezzo”, “vecchio”. Il nome presto cambiò in raggay, e poi reggae[5]. Si attribuisce l’invenzione del termine ai Toots & the Maytals, che incisero un brano chiamato “Do the Reggay” proprio nel 1968[7]. Prima di allora, il termine “reggay” era usato per descrivere una danza in voga in Giamaica e quindi non era associato ad un particolare stile di musica, poi suonato dalle band reggae[7].

Musicalmente il reggae ereditava la vivacità dello ska, chitarre in offbeat (levare), e l’enfasi del rocksteady nel ruolo del basso elettrico e nelle armonie vocali. Il tipico sound early reggae sminuì ulteriormente la presenza dei fiati rispetto al rocksteady[8], che già di per sé tendeva a limitare l’introduzione di questa sezione di strumenti.

Appena i produttori come Lee “Scratch” Perry o King Tubby sperimentarono il nuovo sound reggae, le tastiere divennero la componente più importante tra l’insieme degli strumenti. L’organo assunse un ruolo di sostegno stabilendo un tono vivace e colorato agli arrangiamenti. Più dei suoi predecessori (ska e rocksteady), i produttori early reggae proponevano i nuovi brani al pubblico delle dancehall prima di inciderli su vinile[8]. La musica reggae, confrontata con il rock & roll, era ancora prodotta in fretta e economicamente; mentre un gruppo rock si prendeva un anno intero per la composizione di un concept album, Bunny Lee a Kingston poteva arrivare a produrre tre album in una sola notte[8]. Nonostante le produzioni nella musica reggae fossero state leggermente migliorate con l’introduzione della registrazione multitraccia, a Kingston molti brani early reggae erano ancora incisi con un equipaggiamento standard. Per questo motivo l’early reggae presentava ancora un sound “primitivo” e “rozzo”[8]; in alcuni casi gli strumenti erano fuori accordatura, scarsamente considerati durante le sessioni, e mixati in maniera molto grezza. Certamente questo stile di produzione caratterizzò l’autenticità della musica enfatizzado il suono grezzo e stradaiolo che sarà poi tipico dell’early reggae. Prima che la cultura rastafari influenzasse la musica reggae, i testi e le musiche erano meno retorici e complessi: l’early reggae si ispirava infatti a tematiche trattate nella musica r&b e soul americana[9] da cui esso si ispirava direttamente, mentre erano solo rari i casi i cui l’early reggae accennava a temi rasta, come “Haile Selassie” di Laurel Aitken (1969), “Rivers of Babylon” dei The Melodians (1970) o qualche brano dei The Ethiopians che aprì la strada al successivo roots reggae[10].

Analogamente allo ska, anche il reggae poteva essere diviso quindi in due fasi: nella prima (early reggae – 1968-70/71), il periodo di transizione dal rocksteady al reggae, il ritmo venne accelerato ulteriormente[8]. Brani composti durante questo periodo furono “Rivers of Babylon” dei The Melodians, “African Herbsman” dei Wailers, “Young Gifted & Black” di Bob and Marcia, “Freedom Street” di Ken Boothe, che trasmettevano un ritmo rapido e pulsante. Nonostante l’aumento del battito, i brani early reggae impegnarono meno strumenti e meno note, rendendo questo genere più povero ed essenziale. Di conseguenza i nuovi arrangiamenti reggae contenevano più pause o spazi all’interno delle ritmiche.

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